giovedì 4 maggio 2017

"Vivere secondo la forma del santo Vangelo": "l’umiltà dell’Incarnazione". Visita alla chiesa inferiore della Basilica di S. Francesco in Assisi (4.1)

Scrive san Francesco nel Testamento «E dopo che il Signore mi dette dei frati, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo» (14: FF³ 116). Il Vangelo, di cui «non era mai stato un ascoltatore sordo» (1Cel 22: FF³ 357), “informa” la vita sua e quella dei fratelli che il Signore gli aveva dato e la cui Regola e vita sarà appunto «osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità» (Regola “bollata” I 75: FF³ 75).
Questo il “tema” del transetto con gli affreschi che risalgono ai promo ventennio del Trecento e in cui avviene il passaggio dall’arte “antica” del Maestro di S. Francesco alla cosiddetta arte “nuova”.

Francesco - testimonia il primo Biografo - «meditava continuamente le parole del Signore e non perdeva mai di vista le sue opere. Ma soprattutto l’umiltà dell’Incarnazione e la carità della Passione aveva impresse così profondamente nella sua memoria, che difficilmente gli riusciva di pensare ad altro» (1Cel 84: FF³ 467). Proprio questi misteri troviamo nei transetti settentrionale (dedicato all’infanzia e della vita nascosta di Gesù) e meridionale (con le scene della sua passione, morte e risurrezione).

Suggestiva una lettura che evidenzia alcuni principi che sembrano regolare la disposizione bilanciata delle pitture (Guy Lobrichon, Francesco d’Assisi. Gli affreschi della basilica inferiore, Torino, SEI, 1987, p 79):

Il primo è vecchio quanto il cristianesimo: esso esige che a una promessa risponda un compimento. Di fronte all’Annunciazione, in cui l’angelo informa Maria su ciò che Dio farà attraverso di lei per la salvezza dell’umanità, viene presentata la Discesa di Cristo agli inferi e la sua Risurrezione nella gloria in cui egli riunisce tutti gli uomini dell’Antico e del Nuovo Testamento. Nei bracci nord e sud del transetto, le figure dei profeti e dei grandi personaggi dell’Antico Testamento decorano le lesene che separano le scene evangeliche. Qui si esprime la naturale conseguenza di quel principio: un racconto si snoda dall’infanzia alla morte di Cristo. Un secondo principio risalta nel simbolismo dello spazio mentre presenta allo spettatore la successione del racconto: si passa così da nord a sud, dalla promessa al compimento, ossia dall’Antico al Nuovo Testamento, purché si leggano gli affreschi  partendo dal versante destro della volta e poi, come le righe di un libro, da sinistra a destra e dal registro superiore a quello inferiore. In questo modo il transetto diventa un libro della storia e per di più è disposto come una bilancia su un giogo centrale, la crociera, al centro della quale sta il Cristo Redentore.

Nel transetto settentrionale si può dunque “contemplare” il ciclo dell’infanzia di Gesù, realizzato dalla bottega di Giotto intorno al 1313, e che segue il racconto dei vangeli secondo Luca e - per gli episodi dell’Adorazione dei Magi, della Fuga in Egitto e della Strage degli innocenti - secondo Matteo.

La “lettura” inizia sopra l’arco di accesso alla Cappella di San Nicola, con la scena dell’Annunciazione (Lc 1, 26-38):

Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe.  La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all'angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch'essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l'angelo si allontanò da lei».

All’Annunciazione segue, nella parte superiore del lato est della volta, a sinistra, la Visitazione (Lc 1, 39-56):
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto». Allora Maria disse: «L'anima mia magnifica il Signore / e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,  / perché ha guardato l'umiltà della sua serva. / D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. / Grandi cose ha fatto per me l'Onnipotente / e Santo è il suo nome; / di generazione in generazione la sua misericordia / per quelli che lo temono. / Ha spiegato la potenza del suo braccio, / ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; / ha rovesciato i potenti dai troni, / ha innalzato gli umili; / ha ricolmato di beni gli affamati, / ha rimandato i ricchi a mani vuote. / Ha soccorso Israele, suo servo, / ricordandosi della sua misericordia, / come aveva detto ai nostri padri, / per Abramo e la sua discendenza, per sempre». Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

Vale la pena cominciare a considerare – proprio a partire da questa Visitazione – come «la pittura cura superfici e cromie avviando, nella cultura italiana, la prima stagione di gotica ricercatezza e forbita eleganza, apprezzata subito e replicata» (La Basilica di San Francesco ad Assisi. Testi. Schede, a cura di Giorgio Bonsanti, Modena, Franco Cosimo Panini, 2002, p. 421)

A destra segue la Nascita di Gesù e la visita dei pastori (Lc 2, 1-20) dove «il pittore ha disposto la scena su differenti piani, riunendo diversi avvenimenti: naturalmente al centro si trova la natività, a destra un angelo annuncia la nascita di Cristo ai pastori e in basso due donne fanno il primo bagno al Bambino, secondo il racconto di un vangelo apocrifo» (Loubricon, cit., p. 83), quello dello pseudo-Matteo, dove si racconta appunto della nutrice che è testimone del parto verginale di Maria, mentre il bagno del neonato è un elemento ripreso dall'iconografia pagana a indicare che Gesù è vero uomo. Giuseppe, distaccato dalla coppia madre-bambino, da una parte indica la sua estraneità alla nascita di Gesù, dall'altra simboleggia, con il suo atteggiamento pensoso, la difficoltà del pensiero umano, ostacolato dai dubbi a entrare nel mistero: è la tentazione di credere che non esistono altri mondi che quello visibile e perciò non c'è altro modo di nascere che quello naturale. Infatti l’uomo da solo non può comprendere Dio, sarà l’angelo a rivelare a Giuseppe la vera identità di Gesù vero Dio e vero uomo. 
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio. C'erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l'angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva:«Gloria a Dio nel più alto dei cieli / e sulla terra pace agli uomini, che egli ama». Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l'un l'altro: «Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro.

Dalla Nativita si passa nel registro sottostante, a sinistra, alla scena della Visita dei Magi (Mt 2, 1-12) in cui, scomparso Giuseppe, la Vergine col Bambino non siede più nel presepio che si vede dietro i Magi, ma su un trono regale affiancato da angeli (cf Loubrichon, cit., p. 86): 
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov'è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All'udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, / non sei davvero l'ultima delle città principali di Giuda: / da te infatti uscirà un capo / che sarà il pastore del mio popolo, Israele».Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo».Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese.

Segue, a destra, la Presentazione di Gesù al tempio con il Bambino tra le braccia di Simeone accanco a cui sta la profetessa Anna (Lc 2, 22-38). «Otticamente ineccepibile l’interno in cui si svolge la Presentazione al tempio, attuato sulla scorta di regole quasi sovrapponibili a una prospettiva geometrica» (La Basilica di San Francesco di Assisi, cit., p. 422). Giuseppe, con in mano le due tortore per il riscatto del primogenito, quasi scompare dietro la colonna, nella scena «che ha per riscontro l’affresco della parete opposta che presenta Gesù che insegna ai dottori del Tempi» (Loubricon, cit., p. 86).
Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore - come è scritto nella legge del Signore: Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore - e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d'Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch'egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo / vada in pace, secondo la tua parola, / perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, / preparata da te davanti a tutti i popoli: / luce per rivelarti alle genti / e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione - e anche a te una spada trafiggerà l'anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.

Sul versante opposto della volta, a ovest, nel registro più alto, a sinistra, il ciclo prosegue con La fuga in Egitto (Mt 2, 13-15) con il classico motivo, tratto dai racconti apocrifi, del palmizio che si inchina al passaggio della Vergine e di Gesù affinché possano raccoglierne i frutti.
Essi [i Magi] erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».
Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Dall'Egitto ho chiamato mio figlio

A destra, consequenziale a quella precedente, sta la scena della Strage degli innocenti (Mt 2, 16-18):

Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi. Allora si compì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremia: Un grido è stato udito in Rama, / un pianto e un lamento grande: / Rachele piange i suoi figli / e non vuole essere consolata, / perché non sono più.

Nel registro sottostante il ciclo prosegue, a sinistra, con Gesù tra i dottori del tempio e il suo ritrovamento da parte di Maria e di Giuseppe (Lc 2, 41-50), una scena praticamente assente nei cicli duecenteschi (cf Loubrichon, cit., p. 87):
I suoi genitori si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.

La conclusione del ciclo dell'infanzia e della vita nascosta di Gesù è affidata alla scena del Ritorno a Nazaret (Lc 2, 51-52), anch’essa rarissima nei grandi cicli pittorici precedenti. «Gesù, Maria e Giuseppe escono da Gerusalemme e rientrano nella cittadina di Nazaret, che una contrazione dello spazio rende vicinissima» (Loubrichon, cit., p. 87).

Scese [Gesù] dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.









* * *

Il racconto dell’infanzia di Gesù finisce qui, ma il programma sembrerebbe proseguire nel registro inferiore che vede, da ovest a nord, la rappresentazione di due miracoli attribuiti a Francesco dopo la morte, miracoli relativi a fanciulli, una scelta che potrebbe essere motivata proprio dal fatto che il transetto settentrionale è dedicato all’infanzia di Gesù.
Il primo episodio è collocato sul lato ovest della volta (sotto l’affresco di Gesù fra i dottori del tempio) e mostra in successione i fatti del Miracolo del fanciullo caduto dal verone, narrato dal Trattato dei miracoli da Tommaso da Celano (3Cel 42: FF³ 865):

Un fanciulletto di appena sette anni, figlio di un notaio di Roma, desiderando accompagnare, al par dei bambini, la madre che si recava alla chiesa di San Marco per la predica, venne invece rinviato da lei a casa; amareggiato il piccolo, travolto da non so quale diabolico istinto, si gettò dalla finestra. Abbattutosi con un ultimo sussulto, spirò. La madre che non si era ancor molto allontanata, al tonfo del corpo caduto, sospettando il dramma del suo tesoro, corse velocemente a casa, e scorse il figlio esanime. Subito essa si piantò le unghie nella carne, chiamò piangendo i vicini, e vennero chiamati i medici presso Ii corpo esanime. Potranno forse essi ridar vita al morto? Erano ormai inutili le prognosi e le cure, i medici potevano spiegare, ma non rimediare il fatto, solo ormai di competenza di Dio. Privo infatti di calore e di vita, di sentimento, di moto e di forza, il bimbo viene dichiarato morto dai medici. Frate Rao, dell’Ordine dei Minori, predicatore famosissimo in tutta la città di Roma, giunto là per predicare, si avvicinò al fanciullo e pieno di fede si rivolse al padre: «Credi tu che il Santo di Dio, Francesco, possa risuscitare dai morti tuo figlio, per quell’amore che egli sempre portò al Figlio di Dio il Signore Gesù Cristo?». Rispose il padre: «Con fermezza lo credo e lo confesso. Sarò in eterno al suo servizio e visiterò pubblicamente il suo santo luogo». Quel frate allora si inginocchiò col suo compagno, invitando tutti a pregare. Terminata la preghiera, il fanciullo cominciò a poco a poco a sbadigliare, ad alzar le braccia e a rialzarsi. Accorre la madre e abbraccia il figlio; il padre non sa contenersi per la gioia, e tutta la folla, piena di ammirazione, magnifica Cristo e il suo Santo con altissime grida. Da quell’istante il fanciullo prese a camminare davanti a tutti restituito alla vita in ottimo stato.
Il secondo episodio si sviluppa in due affreschi, a destra e a sinistra della parete nord, nel registro inferiore, e narra della morte (a destra) e della successiva resurrezione (a sinistra) del fanciullo di Sessa (3Cel 45: FF³ 868):

Nella città di Sessa (Aurunca), nel borgo che passa sotto il nome «Le Colonne», il traditore delle anime e l’assassino dei corpi, il diavolo, abbatté una casa, facendola crollare; egli aveva tentato di uccidere molti fanciulli che si divertivano allegramente attorno alla casa, ma riuscì ad inghiottire soltanto un giovinetto, che al crollo della casa fu ucciso sul colpo. Uomini e donne, sorpresi dal fracasso della casa che crollava, accorsero da ogni parte e togliendo qua e là le travature, riportarono il figlio ormai esanime all’infelice madre. Essa, graffiandosi il volto e strappandosi i capelli, rotta da amari singhiozzi, e tutta in lacrime, gridava con tutte le sue forze: «O san Francesco, san Francesco, rendimi mio figlio!». 

E non solo essa, ma tutti i circostanti, sia uomini che donne, amaramente singhiozzando gridavano: «San Francesco, rendi il figlio all’infelice madre!». Dopo un’ora, la madre riavendosi tra i sospiri da tanto dolore, pronunciò questo voto: «O san Francesco, restituisci a me, così infelice, il figlio mio, ed io ornerò il tuo altare con un filo d’argento e lo adornerò con una tovaglia nuova, e accenderò candele tutto intorno alla tua chiesa!». Il cadavere fu deposto sul letto, poiché ormai notte, in attesa di seppellirlo il giorno dopo. Verso la mezzanotte, pero, il giovane cominciò a sbadigliare, e mentre gli si andavano riscaldando gradatamente le membra, prima che albeggiasse, rinvenne del tutto, e proruppe in esclamazione di lode. Tutto il popolo e il clero, vedendolo sano e salvo, rivolsero ringraziamenti al beato Francesco.
* * * 


Ad altre logiche sembrano invece rispondere i restanti affreschi del transetto settentrionale.

1) Le “mezze figure” di santi del registro inferiore del lato destro della parete nord (sotto l’affresco della resurrezione del fanciullo di Sessa) affrescati presumibilmente tra il 1317 e il 1319 da Simone Martini - uno dei maestri della scuola senese e tra i maggiori e più influenti artisti del Trecento italiano – insieme al trittico immediatamente a sinistra, sullo stesso livello della parete est (sotto la crocifissione giottesca). Si tratta di figure che dovevano decorare un antico altare addossato proprio sotto i cinque ritratti e dedicato a santa Elisabetta d’Ungheria che figura proprio al centro tra (da destra a sinistra) san Francesco, san Ludovico d’Angiò, vescovo di Tolosa, che volle vestire l’abito francescano prima della consacrazione episcopale, santa Agnese di Boemia, che aderì alle Damianite e fondò un monastero a Praga (ma c'è chi ci vuole vedere stessa santa Chiara o, per via dei sette soli impressi nell'aureola, la nobildonna romana Jacopa de' Settesoli, molto cara a Francesco tanto da essere chiamate frate Jacopa) e san Ladislao d’Ungheria (o, secondo altri, sant’Elzeario di Sabran, conte di Ariano, terziario francescano).


2) La crocifissione della parete est che è in relazione al coro dell’abside in cui il frate in preghiera doveva poter sfogliare e risfogliare il libro della croce di Cristo (cf LegM IV 3: FF³ 1067) e che quindi poteva “guardare” o a questa o alla crocifissione affrescata sullo stesso lato est della volta del transetto settentrionale.

Piace soffermarsi su due elementi che decorano la cornice di questo affresco. Al centro di quella superiore il cosiddetto "pio pellicano" che si trafigga il petto per farne uscire il sangue con cui nutre i piccoli, immagine che qui rimanda al mistero di Cristo che sulla croce versa il sangue per la redenzione degli uomini. Tale simbologia deriva dall'impressione che si ricavava dal fatto che la femmina del pellicano nutre i piccoli stritolando i pesci che tiene a macerare nella sacca membranosa che pende dalla mandibola inferiore, quindi preme il becco contro il petto e ne fa uscire il cibo. 

Al centro della cornice inferiore invece sta il riferimento ad un'altra leggenda che, come la prima, era molto diffusa nel se. XIII grazie all'opera di Onorio da Autun (1080-1154) Speculum Ecclesiae, una raccolta di sermoni dedicati alle principali festività dell'anno scritto all'inizio del XII secolo, ma ancora molto letto nel secolo successivo. «Ognuno dei sermoni, scritti per le principali festività, comincia con lo spiegare il grande episodio della vita del Salvatore che viene commemorato in quel giorno dalla Chiesa, poi cerca nell’Antico Testamento gli avvenimenti che gli si possono accostare e che ne sono la prefigurazione; e per finire, cerca nella natura stessa dei simboli, e si sforza di rintracciare nelle abitudini degli animali, delle allusioni sulla vita o la morte di Cristo» (Stefano Torselli, La vetrata della cattedrale di Lionepagina del sito www.goticomania.it). Questa antica leggenda - presente anche in autori più antichi da Origine (185-254) a Isidoro di Siviglia (560ca-636) - assicurava che i piccoli del leone venivano alla luce privi di vita, ma venivano richiamati all'esistenza dal soffio del padre, tre giorni dopo il parto. Evidente il riferimento alla risurrezione di Cristo. 

3) La Madonna col Bambino e angeli e san Francesco opera di Cimabue che probabilmente tra il 1277 e il 1280 stava lavorando al transetto della chiesa superiore e che qui realizza questa immagine “devozionale”. Risparmiata dal nuovo programma iconografico e probabilmente "ritagliata" per esservi comunque inserita, sembrerebbe aver persona la probabile figura (forse sant'Antonio di Padova) che, sul lato destro della scena, doveva fare da pendant a quella di Francesco. Si tratta - quello del Poverello - di un ritratto che si dice essere tra i più verosimili, molto vicina alla tavola attribuita allo stesso Cimabue e oggi conservata nel Museo della Porziuncola, per molti aspetti coincidente alla descrizione che dello stesso Francesco ci fa il primo Biografo(1Cel 83: FF³ 465):
Era uomo facondissimo, di aspetto gioviale, di sguardo buono, mai indolente e mai altezzoso. Di statura piuttosto piccola, testa regolare e rotonda, volto un po’ ovale e proteso, fronte piana e piccola, occhi neri, di misura normale e tutto semplicità, capelli pure oscuri, sopracciglia diritte, naso giusto, sottile e diritto, orecchie dritte ma piccole, tempie piane, lingua mite, bruciante e penetrante, voce robusta, dolce, chiara e sonora, denti uniti, uguali e bianchi, labbra piccole e sottili, barba nera e rara, spalle dritte, mani scarne, dita lunghe, unghie sporgenti, gambe snelle, piedi piccoli, pelle delicata, magro, veste ruvida, sonno brevissimo, mano generosissima.
4) Il ritratto “di fronte” del beato Giovanni Angelico e, alla sua destra, quello di cinque tra i primi compagni di Francesco, sepolti dietro la grata sottostante, tutti orientati verso la Maestà che sta sopra di loro. 










Sotto l’affresco del Ritorno di Gesù a Nazaret, nel lato Ovest della volta, a fianco della porta che si apre sul terrazzo al livello superiore del Chiostro di Sisto IV, c'è infine una affresco con san Francesco e la morte incoronata a cui accenneremo a conclusione del percorso nella chiesa inferiore. 

* * *

Post relativi alla visita alla Basilica di S. Francesco in Assisi:

Introduzione generale
1. Dal colle dell'Inferno al colle del Paradiso

La chiesa inferiore
2Ferma il passo, rallegrati, o viaggiatore: il portale e il transetto d'ingresso
3.1Franciscus vir catholicus et totus apostolicus: il lato meridionale della navata con il ciclo sanfrancescano
3.2Franciscus alter Christus: il lato settentrionale della navata con il ciclo cristologico
4.1. Vivere secondo la forma del santo Vangelo - L’umiltà dell’Incarnazione: il lato settentrionale del transetto 
4.2Vivere secondo la forma del santo Vangelo - La carità della Passione: il lato meridionale del transetto
4.3Vivere secondo la forma la forma del santo Vangelo - In obbedienza, senza nulla di proprio e in castità: le "allegorie francescane" e il Gloriosus Franciscus nel soffitto della crociera

A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

Nessun commento:

Posta un commento